TERREMOTO: Il Belice 50 anni dopo e quella immensa opera di un tifernate illustre

Sono quasi passati 50 anni dalla notte in cui la valle del Belice fu annientata da un terremoto di magnitudo 6.4. “Ritardi nei soccorsi, parecchi giorni per ricoverare le persone sotto le tende, mesi per alloggiarle in baracche, promesse di ricostruzione economica dell’area e di interventi infrastrutturali,- scrive IL National Geograpich – per arrivare alla fine alla costruzione delle “new town”, sperimentazioni delle teorie urbanistiche e architettoniche italiane degli anni Ottanta, con le grandi piazze e le lunghe strade, che poco avevano cura del tessuto sociale e culturale del luogo e realizzate a diversi chilometri dai siti originari, a dar prova ancora una volta di demagogia e cattiva efficienza della classe dirigente”. Subito dopo lo Stato diede il colpo di grazia favorendo non la ricostruzione che andò incredibilmente a rilento, ma l’allontanamento delle persone residenti dal territorio e dall’Isola soprattutto. Nel 1981 il sindaco di Gibellina chiama a raccolta artisti e architetti dell’epoca per cercare di portare almeno un pezzo d’arte all’interno di quella valle dimenticata. Tra questi Alberto Burri. Questa la testimonianza dell’artista tifernate qualche anno dopo «Quando andai a visitare il posto […], il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea. […] Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento. Ecco fatto!»
“Carrao- si legge ancora nelle cronache del National- fa intervenire l’esercito per raggruppare le macerie con bulldozer e racchiuderle in gabbie di reti metalliche, formando dei blocchi omogenei alti tra il metro e sessanta e i due metri, e chiede alle imprese impegnate nella costruzione della Nuova Gibellina di contribuire alla realizzazione della grande opera. I lavori iniziano nel agosto del 1985 e vengono interrotti nel luglio 1989 con il cambio dell’amministrazione.
Il Grande Cretto è un intervento nel paesaggio e nella storia, un’opera d’arte a servizio del territorio e della memoria. Un’immensa colata di cemento bianco copre le macerie del paese distrutto mantenendone l’impianto urbanistico.
È sublime e in qualche modo indescrivibile la sensazione che si ha passeggiando nelle vie del cretto, ed è sublime la vista del cretto nel paesaggio. È opera d’arte che emoziona e fa riflettere a tutte le scale e nelle più svariate dimensioni, da quelle urbanistiche e sociologiche a quelle paesaggistiche ed economiche.
Terminato nella sua estensione completa di 80.000 metri quadrati nel 2015 per il centenario della nascita dell’artista, è principale attore oggi di un progetto di rigenerazione territoriale e turistica dell’area co-finanziato dalla Comunità”.

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