Dal panino della Lina alla tempura giapponese. Come cambia il modo di mangiare

Cambia il modo di vivere la città, dal negozietto sul corso da riscoprire, al centro commerciale sempre più variegato e tentatore, ma soprattutto, cambia il modo di mangiare. Tradizionalmente ostili al nuovo che avanza, fermi immobili sulla salsiccia e il tartufo a chilometro zero, allarghiamo invece curiosi gli orizzonti anche attraverso il cibo.
Un tempo passeggiare per la città, tra le viuzze degli antichi rioni, era anche sotto-sotto una ricerca di indirizzi verso questa o quella osteria, che profumava i suoi confini con sapori di vecchie origini.
Di quelle trattorie e di quelle vecchie osterie se ne è persa traccia e nonostante le nuove abbiamo mantenuto alcuni richiami di quella importante tradizione, molte guardano oltre confine. Da una statistica pubblicata a livello nazionale pare che tre su quattro abitanti non rinunciano al cibo tradizionale, però sono in forte aumento gli amanti del cibo etnico, sale chi va alla ricerca di contaminazioni.
Sono così lontani i tempi in cui ci si incuriosiva per la cucina mexicana , il primo vero grido di esterofilia culinaria, seguita a ruota da quella cinese. E noi che al massimo avremmo apprezzato un’escursione del tipo piadinesco, attraverso la rucola e lo squacquerone, ci siamo ritrovati a mangiare peperoncini e fagioli dal messicano, al fritto involtato a “tempura” dal cinese.
Ascoltiamo con piacere chi reclama, di fronte ad un supereclamizzato vassoio di pesce crudo, la vecchia pizza dei “3 piccioni” dove il sapore arrivava prima del piatto, trasportata da quei sollevatori assolutamente democratici verso i camerieri, che venivano così risparmiati dal fare i tre piani irti come sentieri di montagna che caratterizzavano il locale.
Alla Mattonata e sotto al campanile si rimpiange la fila tra il fumo del Panaro per riportare a casa un tondo di Ciaccia, senza prima essere passati a ritagliarsi il paio d’etti di prosciutto tagliato rigorosamente a mano nel negozietto quasi all’angolo di piazza di sotto.
Un delirio di bontà e contrasti banali, ripetitivi, ma assolutamente rimpianti. Alla faccia del profumo di fritto del MC e delle sue patatine così golosamente contese dai nostri bimbi; così come per noi erano le mille lire della pizza del ternano sul corso la sera; o di quella della pizzeria di via Albizzini:” tònda o quèdra ?”.
Ma ci si rinnova e si rincorre il Burghy e i suoi Hamburger, nella speranza folle che arrivi al più presto dopo il cubano, anche un ristorante brasiliano.
Nel frattempo scoppia la corsa al giapponese: dove tutto prendi, basta che mangi e spolveri il piatto senza nulla lasciare :una indicazione di rispetto (o di mercato), come si fa con i bambini poco avvezzi a finire la pappa. E allora ricordiamo come invece la vera corsa nella vecchia Città di Castello era quella per il panino dalla Lina; un effluvio di sapori avvolti in un angolo di due metri per tre, in quel localino collocato nella omonima piazza: omonima perché la Lina nella toponomastica infantile aveva scacciato anche Costa. Perché alla fine se uno ci pensa cosa c’è di più socialista di un panino…salsa piccante e prosciutto cotto ? Non era etnico, ma andava più che bene.
(nb.foto tratta dal sito della Fondazione Albizzini )

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